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Le origini Antanarivo Punti cardinali L'Isalo Ifaty e Lokaro Nosy Be

Diario dal Madagascar

di Renato Civitico

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Nel mio immaginario il Madagascar era un'immensa distesa sconosciuta che m'imponevo d'incontrare quanto prima, non sapevo cosa mi spingesse a partire per una terra così lontana, ma andavo orgoglioso d'essermi scelto un punto d'arrivo così grande. E' una sera d'inizio estate quando ci ritroviamo seduti ad un tavolino con in mano un bicchiere di birra, è più di un mese che non vedo Francy, questa sera è dedicata a noi, una serata in cui si parla un po' di tutto e forse un po' di nulla. Le vacanze stanno per incominciare e l'aria che si respira in città è frizzante, come sempre del resto, prima di una partenza collettiva. Il mio amico è stato al mare, ha trascorso vacanze tranquille sotto l'ombrellone ed è curioso di sapere qualcosa sul Madagascar. Sorseggiando dal suo bicchiere, dopo aver parlato un po' di tutto, improvvisamente e quasi a bruciapelo mi chiede: "Ma allora quando parti". Ho spiegato le vele un mattino d'inizio agosto, lasciandomi alle spalle un'anno di lavoro, desideroso di avventura, di cultura africana, e di libertà nei movimenti. Al turista l'Africa non regala nulla, anzi gli è completamente indifferente, un'occidentale fatica molto a comprendere una cultura e un modo di vita così diverso dal suo. I ritmi africani, la sua gente e la sua storia si sono sviluppati in situazioni e in condizioni distanti anni luce dal modo di vita di un europeo. L'unico modo per comprendere l'Africa è calarsi in questa cultura, mescolarsi come vetrini in un caleidoscopio, ammirandone i disegni ed i colori che si presentano.
Le origini di un nome. Prima della partenza avevo letto un'articolo sul Madagascar, e sull'origine del suo nome. Non sono ancora chiare le origini, ma probabilmente deriva da Modagosho o Madeigascar, varianti del nome della località somala di Mogadiscio, perché in antichità e in assenza di carte dettagliate i naviganti identificavano quest'isola al largo dell'attuale Somalia, tra Zanzibar e il tropico del Capricorno. Gli arabi scoprirono questa regione fin dal medioevo e la chiamarono Kùmr, altri nomi poi le vennero attribuiti con il passare degli anni, quando le spedizioni degli esploratori europei arrivarono a lambire le sue coste. Quest'isola dopo la Groenlandia, la Nuova Guinea e il Borneo è la quarta isola maggiore al mondo, con una superficie quasi doppia rispetto a quella dell'Italia e con una popolazione di circa dieci milioni di abitanti. Forse non dovrebbe essere considerata come una vera parte integrante dell'Africa, perché ha un territorio vario; si passa dalla foresta pluviale al deserto, dagli altipiani alle isole tropicali con una flora e una fauna ricca di specie endemiche. Anche perché circa 150 milioni d'anni fa, questa regione si è staccata dal continente africano ed è migrata verso Est, rimanendo per sempre isolata. Gli abitanti si chiamano Malgasci e il quadro antropologico del Paese è anch'esso diverso da quello del vicino continente. Si ritiene che i primi abitanti furono delle popolazioni d'origine Malesi - Polinesiane, successivamente altre razze vi si stabilirono: arabi, indiani e cinesi. Oggi il popolo Malgascio si divide 18 tribù ben collocate geograficamente.
Le condizioni economiche del paese sono piuttosto arretrate, e la bilancia commerciale è costantemente in passivo. Solo una piccola parte del territorio è coltivata, l'agricoltura non utilizza ancora tecniche e macchinari all'avanguardia, ma si basa su piccole aziende contadine che producono prodotti destinati principalmente all'autoconsumo. Scarsa è la pesca sulla costa e quasi inesistente l'industria che opera quasi esclusivamente nella lavorazione dei prodotti agricoli.

Il caos di Antanarivo.
Il mio viaggio e questo racconto cominciano da Antananarivo, o Tana, capitale di questa nazione. L'impatto con questa città è forte, lungo la strada che dall'aeroporto mi porta verso la città è un susseguirsi di terre tristemente spoglie, vedo un paesaggio poco piacevole intervallato da basse costruzioni, e da acquitrini di colore marrone. Per la strada il traffico è caotico, le automobili suonano in continuazione il clacson e io, francamente sono un po' stanco di città, decido di ripartire subito. Parto allora verso sud, lasciandomi alle spalle i rumori e la confusione di una città, ha così inizio questo lungo viaggio per le strade del Madagascar, che mi porterà prima ad Antsirabe, e poi ad Ambositra per poi proseguire sempre più in giù, verso il mare.

Il mio tempo ha cominciato a correre dal momento stesso in cui sono salito sopra questo pulmino: stanchezza, rumore, e stupore sono state le sensazioni che mi hanno fatto compagnia durante il viaggio.

I quattro punti cardinali.
Idealmente ho disegnato nella mia mente quattro punti cardinali del Madagascar: il parco nazionale di Ranomafana, il parco nazionale dell'Isalo, il mare di Ifaty e la penisola Lokaro. Ma andiamo con ordine e con il parco nazionale di Ranomafana che dista circa 400 km da Tana e si trova ad un'altitudine di mille metri sul livello del mare. All'arrivo un dolce paesaggio collinare si apre ai miei occhi, colline verdi ricoperte da una fitta foresta mi circondano. Questa riserva è stata creata solo da pochi anni, per difendere la flora e le varie specie d'animali che ospita. La foresta pluviale, un tempo molto estesa nel Paese, oggi si limita solo a una piccola parte del territorio, perché è stata largamente distrutta dall'uomo. Nel parco si entra accompagnati da una guida, la flora e la fauna del Madagascar presentano caratteri specifici che si distinguono notevolmente da quelli africani: mancano i grandi carnivori e le scimmie antropomorfe, mentre abbondano i lemuri. Questi piccoli animali sono delle proscimmie, ma per me assomigliano più a grossi scoiattoli, hanno un muso simpatico, occhi vigili e piccole zampette, che permettono loro agili movimenti tra i rami della foresta. Passano così le ore camminando dentro la macchia verde, ci osserviamo a lungo io ed i lemuri, loro dall'alto io dal basso, cercando reciprocamente di non far rumore. Poi improvvisamente la pioggia ci sorprende, l'ora del rientro è arrivata, nella foresta la temperatura si è abbassata notevolmente e inizia a far freddo. In questi giorni il clima è stato ovunque caldo, rinfrescato solamente alle quote maggiori, le precipitazioni non sono mai state abbondanti, ma è questa la stagione più secca.
Il parco nazionale dell'Isalo.
Nei giorni successivi dopo aver lasciato la foresta e la sua natura incontaminata mi dirigo verso il parco nazionale dell'Isalo, per l'ennesima immersione nella natura e nei suoi variegati paesaggi. Già lungo la strada, il panorama è cambiato, le dolci colline verdi sono scomparse per lasciar posto a montagne spoglie. Il parco nazionale è uno spettacolo favoloso, un luogo magico per via dei colori francamente senza eguali che meriterebbe diversi giorni di sosta per godere di questi immensi spazi. Una bella escursione a piedi è quella che conduce alle Piscine Naturelle, una passeggiata di qualche ora, che termina in un'insenatura di fronte a una piccola cascata che si getta in una piscina dal colore verde. Tutt'intorno gli alberi e una spiaggia fanno da contorno alla natura, qui fare un bagno è di rigore sebbene l'acqua sia gelida! Trascorrono così alcuni giorni, e sono già contento per quello che finora ho visto, ma il viaggio continua con la bussola sempre orientata verso sud.
Tra Ifaty e Lokaro.
Arrivo al mare a Ifaty, che si trova sul tropico del capricorno di fronte al Mozambico, un posto piacevole per riposarsi dalle fatiche del viaggio, per nuotare in un mare limpido e per visitare i suoi dintorni: la foresta spinosa e le mangrovie lungo la piaggia. La foresta spinosa è una boscaglia con una notevole diversità di piante presenti ed è la prima volta che mi ritrovo a passeggiare in una foresta a ridosso del mare. La strada che porta al suo ingresso non è difficile da trovare, e non è molto distante dal villaggio, ma bisogna essere accompagnati da una guida, perché è facile perdersi al suo interno. Questa foresta è ancor'oggi sfruttata dagli abitanti del posto, ma anche rispettata e curata, perché è l'unica vera ricchezza dalla quale poter attingere le materie prime. Girando è bello scoprire le varie diversità di un baobab e il suo uso nella vita quotidiana. La penisola Lokaro si trova sul lato opposto rispetto a Ifaty, e più precisamente sull'oceano indiano, vicino alla città di Fort Dauphin. Al mattino la sveglia mi fa sobbalzare dal letto, non ho voglia di alzarmi, vorrei dormire ancora un po' ma non si può, il pulmino verrà a prendermi presto e ci sarà anche un tragitto in barca prima di arrivare alla penisola. Dal promontorio osservo i colori della natura, il mare e il fiume s'incontrano qui, hanno due tonalità di blu diverse, quasi a mantenere fino in fondo il loro essere differente e tra loro, a dividere queste due masse d'acqua, c'è solo una lingua di sabbia, una striscia di spiaggia bianca con la foresta verde alle spalle. Il villaggio è stato costruito vicino al mare, in mezzo a una foresta di palme, sembra un piccolo presepe se visto dall'alto. Girando tra le case di legno dei locali si scopre che le persone vivono semplicemente, posseggono solo le poche cose che indossano e un letto di frasche su cui riposare, vivono di pesca e di agricoltura, coltivando un lembo di terra vicino casa. E poi tanti bambini, basta fermarsi un attimo e ne esce qualcuno da dietro una casa, il primo il più audace seguito a ruota dagli altri. Arrivano con gli indumenti laceri, molti indossano abiti più grossi di loro, parliamo per un po' poi mi chiedono una penna. Vanno a scuola e una penna colorata è un'oggetto che fa gola, anche solo da mostrare ai compagni di classe, ma come al solito non ne ho molte con me. Dopo una breve, ma intensa partita a pallone giocata con i locali si fa' sera, e stanotte si dorme in tenda, domani mattina all'alba raggiungerò l'estrema punta di questa penisola, e sarà un'immersione completa in un nuovo mondo. Ma a quale velocità fugge il mio viaggio? E' struggente misurare il tempo quando si raggiungono spiagge intatte, ci si vorrebbe fermare per godere di questi spazi liberi. Ma il presente avanza imperterrito e gli attimi vissuti si perdono nell'istantaneità del momento appena trascorso. Arriva così il momento del distacco, giusto il tempo per i saluti perché domani riparto, e questa volta per il nord, verso Nosy Be e le sue isole, ultima tappa del viaggio.
Nosy Be e le isole Mitsio.
Nosy Be è un'isola che assieme alle altre sue sorelle forma un minuscolo arcipelago chiamato isole Mitsio, il miglior modo per visitare questo piccolo paradiso tropicale è noleggiare una barca. La traversata dura qualche giorno, ed è piacevole essere cullati dalle onde dopo tanta strada. Avendo con se una tenda è facile scendere su queste isole deserte per dormire sulla spiaggia, di notte a farti compagnia rimane solo il rumore del mare. Queste isole non sono ancora state scoperte dal turismo di massa e sono rimaste intatte. Intatta è la barriera corallina, intatta è la spiaggia, ed intatta è la vegetazione all'interno, tutto vive in un'eco sistema ordinato. Sono giorni unici, indimenticabili fatti di riposo, di sole e di mare, non mi capita spesso di trascorrere qualche giorno sopra una barca a vela, è un sogno. Un sogno però che sta per finireŻ perché è una sera di fine estate, quando ci ritroviamo seduti ad un tavolino con in mano un bicchiere. E' più di un mese che non vedo Francy, questa sera è dedicata a noi, una serata in cui si parla un po' di tutto e forse un po' di nulla. Le vacanze sono finite e l'aria che si respira in città è grigia, come sempre al rientro dalle vacanze. Il mio amico è stato ancora al mare, ha trascorso il resto delle vacanze sotto un'ombrellone ed è curioso di sapere qualcosa sul Madagascar. Sorseggiando dal suo bicchiere, dopo aver parlato un po' di tutto improvvisamente e quasi a bruciapelo mi chiede: "Dai raccontami qualcosa".