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Nel primo capitolo... ...nel secondo... ...e nel terzo
La battaglia Etnie a Dakar Odori d'Africa Negritudine Goree I parchi
seconda parte
Diario dal Senegal


di Roberto Barat
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Più reale, e dove i toubab (termine che i senegalesi riservano non molto affettuosamente ai turisti più turisti) rischiano meno di essere inseguiti per l'acquisto delle merci che vi si vendono, è il mercato del pesce a Soumbédioune. Dalla mattina a notte inoltrata, i pescatori scaricano dalle loro piroghe spada, marlins, tonni, barracuda, ombrine dalla bocca d'oro, carangidi, snappers (sono pesci simili al dentice) e threadfin giganti che vengono eviscerati da specifici addetti e squamati da altri, in un ordine gerarchico preciso e antico. Un ordine che si ritrova in altri punti della città, con i lavori "intoccabili" di cui il Senegal abbonda.
Come quello delle donne che pestano il grano per conto terzi. Uno dei mestieri considerato come tra i più umili in assoluto, tanto che queste stesse "operaie" non gradiscono essere avvicinate né dai senegalesi che non portano loro lavoro, né, tantomeno, da stranieri in cerca di veloci istantanee.
Ma passeggiando per le vie di Dakar si captano, oggi, oltre agli odori inebrianti della cucina senegalese proposta dai mille ristoranti e dai mille banchetti che offrono ogni specialità, le tracce di un colonialismo tutto sommato recente. A Pointe des Almadies, il punto dell'Africa più vicino al continente americano,oltre a una bella vista sull'oceano, troverete anche una particolare offerta gastronomica: le piccole, ma gustosissime ostriche dell'Atlantico. Nei numerosi baracchini che si trovano sulle spiaggie antistanti il Club Méditerranée o Le Meridien President, la classica dozzina viene offerta intorno alle 10.000 lire. Occhio a non esagerare, quindi. Ma torniamo a Dakar dove, sui muri delle case, noterete facilmente murales raffiguranti scene un po' truci. Niente paura. Molto probabilmente siete incappati in una delle opere del Set Setal, espressione che significa "pulire per essere puliti". È un movimento nato negli anni Ottanta che cerca di coinvolgere le giovani generazioni in un'opera di modernizzazione morale e politica del Paese. All'origine del suo nome c'è una canzone di Youssou Ndour, cantante famosissimo anche in Italia.
Verso il sud della città, lungo i viali che costeggiano le ambasciate o tra boulevard de la République e l'avenue Roume, rimane ben viva l'antica magnificenza portata dai bianchi, ma esaltata dai neri e dall'atmosfera africana. Come, per esempio, il palazzo presidenziale, saldamente retto dal 1960 al 1980 da Leopold Sedar Senghor, primo presidente del Senegal indipendente, nonché poeta e scrittore.
Una storia atipica la sua, lui, cattolico e di etnia serere, presidente di una repubblica a larga maggioranza islamica e composta dal 40% circa di Wolof, la stirpe principale del Senegal. Nato a Joal, un piccolo villaggio sulla Petite Côte, nel 1906, studente alla Sorbona, poi combattente per la bandiera francese durante la seconda guerra mondiale, e rappresentante del Senegal all'Assemblea Nazionale Francese nel 1945. Senghor fu uno dei pochi presidenti di quell'Africa che si stava scrollando di dosso il colonialismo, che rispettò, almeno in parte, le regole democratiche, portando il Paese verso una vera forma di governo repubblicana e multipartitica.
E Senghor diede anche un forte contributo, dal punto di vista strettamente africano, al concetto di "negritudine", termine coniato dal poeta caraibico Aimé Césaire.
"La negritudine è il patrimonio culturale, il valore e soprattutto lo spirito della civiltà negro-africana. La negritudine è una qualità del sentire che l'uomo nero porta con sé costantemente, è la  matrice della sua identità umana profonda non solo una forma di orgoglio razziale su cui costruire la rivolta all'oppressione bianca" disse Senghor in un intervista del 1965.
Oppressione che, spostandosi...


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